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Quando abbuffarsi diventa un problema?

A tutti è capitato di lasciarsi andare ad un’abbuffata una volta ogni tanto, magari in occasione di uscite o eventi, oppure per concedersi uno strappo alla regola per questo o quel cibo preferito.

Ma quando la situazione rientra in una sfera problematica ed è il caso di rivolgersi a dei professionisti?

 

  1. Quando abbuffarsi diventa problematico
  2. Cause
  3. Come gestire il problema: un approccio multidisciplinare

Il cibo ha un aspetto fortemente relazionale: mangiare in relazione a stati emotivi (Fame emotiva o Emotional Eating EE) non è legato alla necessità di nutrirsi, ma alla ricerca di conforto a causa della difficoltà nella gestione delle proprie emozioni, sia positive che negative (leggi anche: “Ansia: quando lo sguardo dell’altro è padrone“).
Si differenzia dalla fame biologica per una caratteristica di urgenza e per il fatto che l’assunzione di cibo continui pur avendo superato la soglia della sazietà.

Non è pura “golosità”, perché associata a stati emotivi definiti, in cui la persona sperimenta in parte la consapevolezza di utilizzare il cibo come compensazione: è l’atteggiamento di fronte al cibo che è differente. Quando abbuffarsi influenza in modo negativo più aspetti della nostra vita, e comporta sofferenza, allora tale pattern diventa problematico.

È strettamente legata a sovrappeso, obesità, sensi di colpa, senso di inadeguatezza e ansia; non sono solamente in gioco fattori emotivi, bensì anche fattori ereditari, relazionali e socio-culturali.  Nei casi più gravi può sfociare nel “Disturbo da alimentazione incontrollata” o “Binge Eating Disorder”, ovvero un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffate compulsive, che devono presentare almeno tre delle seguenti caratteristiche:

  • mangiare più velocemente del normale
  • mangiare grandi quantitativi di cibo anche se non ci si sente fisicamente affamati
  • mangiare fino a sentirsi dolorosamente pieni
  • mangiare da soli e di nascosto, per via della vergogna che si prova per quanto si sta mangiando
  • sentirsi disgustati di sè, depressi o molto in colpa dopo un’abbuffata

 

2. Cause

Spesso vi è un evento scatenante che causa un’abbuffata: un lutto, il termine di una relazione importante, un evento particolarmente stressogeno legato alla propria persona, a chi ci sta a cuore o al proprio lavoro (leggi anche: “Quando ci sentiamo stressati e inadatti a lavoro“)
Non si tratta tanto dell’evento di per sé (non tutti coloro che affrontano il termine di una relazione per esempio sfociano in un disturbo da alimentazione incontrollata che ha una certa caratteristica di compulsività, frequenza e durata nel tempo), quanto delle cause profonde alla base di tali eventi, di ciò che smuovono nella nostra economia psichica.

Nonostante le conseguenze negative a medio termine, l’assunzione incontrollata di cibo permette di gratificarsi nell’immediato, distraendoci dalle nostre emozioni negative e dalle cause profonde che le provocano.

3. Come gestire il problema: un approccio multidisciplinare

La letteratura scientifica è concorde nell’affermare che un approccio multidisciplinare sia il più adeguato nell’affrontare il problema.
È necessario infatti lavorare in contemporanea sia sul versante nutrizionale al fine di ristabilire un giusto apporto sulla base delle proprie caratteristiche biologiche e costituzionali, che dal punto di vista psicologico, al fine di approfondire le cause profonde che muovono il problema, elaborare i propri vissuti, e trovare un modo alternativo, creativo e soggettivo di “sciogliere il nodo” che li lega all’assunzione smodata di cibo.

Bibliografia:
– American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition. Arlington, VA, American Psychiatric Association.
– Vinai, Todisco. Quando le emozioni diventano cibo. Psicoterapia cognitiva del Binge Eating Disorder. 2007. Edizioni Libreria Cortina Milano.

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