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figlio vittima di bullismo

Mio figlio è vittima di bullismo?

“Mio figlio è vittima di bullismo?”

Il fenomeno del bullismo ha raggiunto negli ultimi anni una grande attenzione mediatica, soprattutto considerando i casi di suicidio da parte di minori vittime di bullismo a scuola e cyberbullismo.
In Italia un adolescente su due è vittima di bullismo da parte dei compagni. Le aggressioni maggiormente diffuse sono quelle di tipo verbale, come brutti soprannomi, parolacce e insulti, e l’età più “delicata” va dagli 11 ai 13 anni (ISTAT 2014).

Ecco di cosa parleremo in questo articolo:
1. Quali sono i comportamenti che possiamo considerare “atti di bullismo”?
2. Perché ci sono i “bulli”?
3. Cosa possiamo fare se i nostri figli o alunni sono vittime di bullismo?

1. Quali sono i comportamenti che possiamo considerare “atti di bullismo”?

Cerchiamo prima di tutto di definire che cosa si intenda per “bullismo”.
Ci sono definizioni diverse di bullismo: Dan Olweus, uno psicologo che ha dedicato molti anni di studio e ricerche sul bullismo, evidenzia tre caratteristiche che devono avere atti e comportamenti offensivi per rientrare nella categoria del bullismo: devono essere intenzionali, sistematici e continuativi nel tempo, e ci deve essere una asimmetria di potere tra bullo e vittima.
Prestiamo attenzione ai comportamenti e all’umore dei nostri figli: se vengono manifestati improvvisi atteggiamenti di ritiro e isolamento, rifiuto di andare a scuola, calo improvviso nel rendimento scolastico, abitudini alimentari diverse, sintomi fisici come stipsi, dissenteria, problemi gastro-intestinali, nausea eccetera.

2. Perché ci sono i “bulli”?

Diverse motivazioni spingono diverse tipologie di bullo ad agire: ricerche attuali dimostrano che gli aspetti fondamentali nelle dinamiche motivazionali del bullismo risiedono nella motivazione alla dominanza (bullo dominante), o nel bisogno di auto-affermazione identitaria (bullo gregario). Nella maggior parte dei casi gli episodi di bullismo si perpetrano davanti a spettatori. Le dinamiche di gruppo e di potere da una parte agiscono amplificando tali bisogni, e dall’altra favoriscono quello che in psicologia viene chiamata “diffusione della responsabilità”, attraverso meccanismi di “disimpegno morale”, che portano a giustificare il proprio comportamento. “Rubare un cellulare non è come uccidere qualcuno”, “Se lo è meritato”, “E’ stata una ragazzata”, sono alcuni esempi di questi meccanismi.

3. Cosa possiamo fare se i nostri figli o alunni sono vittime di bullismo?

In molti caso è necessario un lavoro preliminare di apertura al dialogo con la vittima. Spesso quest’ultima è reticente a parlare apertamente degli atti di bullismo subiti. Individuare un coetaneo di fiducia (amici, fratelli ecc.), che sia un punto di riferimento può essere un modo per stimolare al racconto; porre degli esempi di eventuali esperienze vissute in prima persona, ascoltare empaticamente, stimolare altri canali espressivi (arte, scrittura, ecc.) sono tutte modalità che possono aiutare la vittima a mettere in parola ciò che sta accadendo. È importante non focalizzare l’attenzione solamente su questo argomento, e rispettare anche i momenti di silenzio. Allo stesso tempo è utile dedicarsi ad attività in famiglia per rinforzare un clima di sicurezza e appartenenza, e permettere alla vittima di sperimentarsi nuovamente in relazioni positive.
Una risorsa molto importante è quella degli insegnanti, sia per quanto riguarda la prevenzione che per quanto riguarda l’intervento in situazioni in cui siano già emerse problematiche di bullismo.
In quest’ultimo caso, qualora l’effettiva presenza problematica emersa sia stata consolidata, è utile rivolgersi a dei professionisti (pedagogisti, psicologi, educatori professionali) per una consulenza e per un intervento mirato ad comprendere e modificare le dinamiche gruppali e a promuovere modalità sane e adattive di autoaffermazione identitaria.

Bambino vittima di bullismo

 

La risoluzione di situazioni di bullismo richiede tempo e un’azione sia sul fronte della vittima che su quello dei responsabili e di coloro che vi partecipano come spettatori passivi.

  • Lavorare su promuovere modalità sane e adattive di autoaffermazione identitaria
  • Porre attenzione sul migliorare intelligenza emotiva per favorire l’empatia
  • Allenare i meccanismi di disimpegno morale
  • Promuovere il dialogo con le vittime. Come cercare di farli aprire: relazione, ascolto empatico, esperienza vicaria di un coetaneo, self disclosure possono essere delle modalità.
  • Comunicare con gli insegnanti. Rivolgersi a dei professionisti nel caso in cui la situazione si cristallizzi o nel caso in cui emergano dall’osservazione della classe dei comportamenti-allarme. Gli psicologi possono infatti intervenire con progetti ad hoc che promuovano modalità adattive di autoaffermazione identitaria, intervengano sui meccanismi di disimpegno morale, e lavorino sull’intelligenza emotiva, per favorire l’autoriflessione e l’empatia.

 

Bibliografia:
Bandura, A. (1986), Social Foundations of Thought and Action, Prentice Hall, Englewood Cliffs, NJ.
Daffi, G., (2012), Mio figlio è un bullo?, Erickson Edizioni
Damasio, A. (2005), L’Errore di Cartesio, emozione, ragione e cervello umano, Milano Adelphi
Report ISTAT, (2014), Il Bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi,
Olweus, D. (1993a), Bullying at school: What we know and what we can do. Oxford: Blackwell Publishers.

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